lunedì 18 agosto 2014

Sirene. Si? No?




Alcuni ci credono e altri no.
Se dici "sirena" pensano ad Ariel. 
Non alla favola, ma a quella sirenetta della Disney.
Eppure ad un certo punto potresti incappare in una notizia, come " Trovata una sirena".
Cosa penseresti?
"E' un fake".
Ovvio.
Tuttavia poi potresti pensarci meglio e quella notizia cosi strana insinuarsi nella tua mente. 
E quindi magari cerchi la parola "sirena" su Google.
I risultati sono dei più disparati, però non puoi fare a meno di non notare che c'è un documentario di Animal Planet e di Discovery che vi parlano.
E clicchi.
Capisci che ci sono due video. Guardi il secondo perché il primo non è più disponibile. Inizi a capire qualcosa. Poi cerchi il primo. Ma dappertutto risulta che è un video sequestrato.
Poi lo trovi.
E' un docu- film.
Come avverte Animal Planet si tratta di verità misto alla fantasia, fantasia che, però, non è che una teoria. Anche molto convincente.

C'è il dottor Robertson del Noaa che racconta di aver trovato degli strani resti nello stomaco di uno squalo. Parte di un cranio, un bacino, un osso tipo coda- pinna e uno strano strumento con un buco.

Studiando scoprono di aver scoperto una nuova creatura marina.
"Chiamatela come volete".

Oltre a ricostruire il cranio e a scoprire che il bacino nella parte superiore sia simile a quello umanoide, scoprono che lo strumento serve pure da fodera per la specie di pugnale di osso che avevano trovato nelle fauci dello squalo.
Ovviamente tutto è stato loro tolto dai rappresentanti del governo.
Segreto di Stato? Complotto?
L'unica cosa rimasta è la registrazione di uno strano suono, il cosiddetto "bloop".

Il "bloop" è un dato di fatto. Per la prima volta pare che sia stato registrato nei fondali marini nel 1997 e poi varie altre volte, è un suono emesso da una creatura marina sconosciuta e può essere sentito fino a 5.000 km. La cosa che mi intimorisce è immaginare le dimensioni di un animale capace di produrre un simile suono. La squadra della quale faceva parte il dottor Robertson pensa che il "bloop" sia emesso dalla creatura che avevano scoperto. 
Dalle registrazioni è pure emerso che queste creature sembra comunichino con i delfini e le balene e che anche per loro i sonar usati da noi umani siano fatali.

Ora viene il bello.
La teoria della "scimmia acquatica".
La quale spiegherebbe molte incognite del nostro corpo: perché camminiamo in posizione eretta? Perché i nostri antenati camminavano nell'acqua per prendere il cibo necessario e quindi era più agevole per loro stare in posizione eretta; perché abbiamo un cervello cosi sviluppato? Perché quelle stesse scimmie umanoidi si sono nutrite con molti molluschi che hanno favorito l'attività cerebrale; perché non abbiamo una pelliccia come gli altri animali? Perché i peli sarebbero resistenti all'acqua e li abbiamo persi per poterci muovere nell'acqua; perché abbiamo le membrane infradigitali? Per muoverci nell'acqua; perché abbiamo il grasso sottocutaneo? Per mantenere una temperatura stabile nell'acqua; perché possiamo stare in apnea più di qualsiasi mammifero terrestre e, con esercizio, arrivare persino a trattenere il respiro tanto a lungo quanto un delfino? Sempre per poter cacciare e stare in acqua; perché i neonati hanno istintivamente la capacità di nuotare? A causa di quel periodo della nostra vita evolutiva.

Secondo tale teoria ad un certo punto della nostra evoluzione, a causa di eventi naturali ostili, una parte dei nostri antenati andò verso la foresta e una piccola parte cercò rifugio nel mare. Quest'ultima parte nel corso dei milioni di anni si sarebbe evoluta e sarebbe diventata ciò che noi chiamiamo "sirene".

Alcune prove sono il "bloop", i pesci infilzati con pugnali e lance di osso trovati al largo in ogni epoca, il fatto che ci sono testimonianze di queste creature leggendarie in ogni civiltà umana e tante altre prove, fra cui alcuni filmati video.

Che sia vero?
Personalmente sono molto scettica, ma la teoria della "scimmia acquatica" è molto convincente.


mercoledì 15 gennaio 2014

Caffè.

Il nulla.

Nessuno di noi si fa ancora vivo; troppo occupati con la scuola, troppo occupati con il lavoro, troppo occupati con il correre di qua, di là, di su, di giù, troppo occupati a rincorrere le cose, le persone, i sogni, il passato, il presente, il futuro, troppo occupati a rimpiangere, troppo occupati a fare tutto. Siamo "TROPPO".

Non abbiamo più lo spazio per noi e i nostri sentimenti, non siamo più capaci di esprimerci, nemmeno di scrivere. Se ci mettiamo davanti al pc per buttare giù qualche parola ci accorgiamo che dopo cinque minuti già diamo un'occhiata su Facebook, ci mangiamo uno yogurt, andiamo un attimo di là, e continuiamo a distrarci in mille modi.

Siamo ultra- bombardati da tutto e non siamo più noi; spesso io stessa mi sento alienata, sto vivendo la vita di qualcun'altro? No, sono io che mi sto solo conformando. Addio vita, addio io interiore.

Sapete cosa mi viene in mente? Quei caffè dell'Ottocento pieni di vita, di intellettuali e non che passavano le loro giornate discutendo e mettendosi in discussione. Cosi eravamo pure noi su questo caffè virtuale.

Peccato che ora il caffè è abbandonato.

mercoledì 13 febbraio 2013

3102


sembra un film.

l'immaterialesimo si potrebbe immaginare come una rappresentazione di inquadrature e carrellate su particolari di scenari spogli di oggetti e di persone attraverso telecamere minuscole che sembrano lucine di natale che vagano in uno spazio che fa a meno di tutto.
il vettore sono le parole che la memoria trasmette di generazione in generazione attraverso onde invisibili e totalmente mute.
si nasce dall'idea della parola nascere e si muore quando si pensa alla parola morire e così via, ma sempre in assoluto silenzio.
quando due o più immagini cozzano tra loro, la luce si spegne e per riaccenderla occorre una nuova parola così da evitare qualsiasi conflitto, ma lo stesso vale anche nel caso in cui la visione sia condivisa perché le unioni potrebbero ridare vita a comunità in grado di riproporre la materia e far rinascere la memoria delle parole dimenticate.
dei cinque sensi di oggi ne è rimasto nessuno. anche la vista benché tutto sia espressione visiva è sparita perché è l'idea dell'immagine che rende reale questa civiltà evoluta dal declino del millennio precedente che ha visto quali unici superstiti entità via via sempre più orientate alla ricerca di nuovi linguaggi capaci di uscire dal loop dei luoghi comuni e delle frasi fatte in cui, i meno dotati, hanno nel tempo esaurito il propellente.
il resto si è dapprima disposto in varie densità di maggiore o minore intensità per finire poi in un vuoto di parole note proiettato verso forme espressive mai tentate.
nessuno può vedere come si muova agisca l'immaterialesimo si può solo ipotizzare che possa esistere in futuro e far finta di poterlo osservare da fuori di esso, senza tuttavia comprendere esattamente come sia, né poterne descrivere le dimensioni perché esse sfuggono ai parametri precedenti e soprattutto perché non ne hanno nessuno.
niente può codificare schemi di fatto assolutamente casuali e improvvisati.
le parole per farlo sono state le prime a venire abbandonate insieme a tutte quelle di cui si era per troppo tempo abusato per trarne profitto o per interesse.
il concetto di esistenza è assente, vigono l'alternanza, l'intermittenza, l'esserci o meno è irrilevante.
l'essenzialità della sintesi di un'immagine efficace, veloce come un battito di ciglia, da tramandare senza bisogno di nomi propri e sostantivi per evocarla, ma per questo dovranno passare altri secoli.
è un altro film.

lunedì 28 gennaio 2013

Il giardiniere spagnolo - Archibald Joseph Cronin

Al centro del romanzo un console, uomo disperatamente rigido e formale. Padre di un figlio malaticcio e solo. Per l'uomo, che sa nutrire solo sentimenti perversi di gelosia e rancore, è intollerabile che il ragazzino possa provare affetto per chiunque altro. Specialmente per un umile giardiniere spagnolo. Nicholas, il figlio, allontanato da sua madre e costretto alla severa ed asfissiante presenza paterna, gode di una sensibilità notevole ma è anche vittima di fragilità mai guarite. Il giardiniere diviene suo amico, ma un padre tanto austero, vittima della sua stessa ottusità, è capace di condurre alla distruzione ogni forma di amore.

mia_euridice

giovedì 17 gennaio 2013

Vuei a è Domènia, doman a si mòur

Vuei a è Domènia,
doman a si mòur,
vuei mis vistís
di seda e di amòur.

Vuei a è Domènia,
pai pras cun frescs piès
a sàltin frutíns
lizèirs tai scarpès.

Ciantànt al me spieli
ciantànt mi petèni.
Al rit tal me vuli
il Diàul peciadòur.

Sunàit, mes ciampanis,
paràilu indavòur!
Sunàn, ma se i vuàrditu
ciantànt tai to pras?"

I vuardi il soreli
di muartis estàs,
i vuardi la ploja
li fuèjs, i gris.

I vuardi il me cuàrp
di quan'ch'i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.

"Vuei ti vistíssin
la seda e l'amòur,
vuei a è Domènia
domàn a si mòur".


Pier Paolo Pasolini

Oggi è Domenica, domani si muore

Oggi è Domenica,
domani si muore,
oggi mi vesto
di seta e d'amore.

Oggi è Domenica,
pei prati con freschi piedi
saltano i fanciulli
leggeri negli scarpetti.

Cantando al mio specchio,
cantando mi pettino.
Ride nel mio occhio
il Diavolo peccatore.

Suonate, mie campane,
cacciatelo indietro!
"Suoniamo, ma tu cosa guardi
cantando nei tuoi prati?"

Guardo il sole
di morte estati,
guardo la pioggia,
le foglie, i grilli.

Guardo il mio corpo
di quando ero fanciullo,
le tristi Domeniche,
il vivere perduto.

"Oggi ti vestono
la seta e l'amore,
oggi è Domenica,
domani si muore".


Pier Paolo Pasolini sul dialetto CLICK e le sue opere dialettali CLICK

martedì 8 gennaio 2013

I giorni dell'abbandono - Elena Ferrante

Siete donne sole? Vostro marito quarantenne vi ha appena abbandonate, dopo anni di vita matrimoniale, per mettersi con una ragazzina? Avete un paio di figlioli, un cane e nemmeno un lavoro? Adorate crogiolarvi nel vostro strazio e non vedete l'ora di ritrovare per iscritto le stesse identiche parolacce che vi siete ripetute da quando lui, il fetente, vi ha mollate? Allora questo è il libro che fa per voi. Non dice nulla che non si sappia già. Non prova nemmeno ad andare in profondità: la sua banalità è quasi rassicurante. Salverei la scrittura. Ma la Ferrante dovrebbe trovare storie migliori.

mia_euridice

domenica 30 dicembre 2012

l’asprezza dell’ethos

L'italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole. 
Attaccata con lo sputo: per una suola di scarpa non va bene, ma per il dialetto è una buona colla.   

probabilmente vale per qualsiasi dialetto o così potrebbe essere per i cuori di coloro che ne sanno parlare uno o ancora ne comprendono il significato.

chi ha smesso di usare il dialetto è uno che ha rinunciato a un grado di intimità col proprio mondo e ha stabilito distanze.

vero che vi sia nei dialetti una espressività che gli idiomi successivi sperdono, mutano, dimenticano e a volte travisano.

Il napoletano veniva dalla pressione della densità umana per metro quadro, era svelto di sillabe e di coltello, servile e guappo, feroce e sdolcinato di vezzeggiativi, era una lingua di consolazione, dava forza e figura a chi la sapeva usare. 
Era destrezza a usare meno sillabe, a ingiuriare più a fondo, a sfottere più scorticatamente. 
L’ho imparato a orecchio a forza di sconfitte sul campo della strada. 
Un dialetto s’impara per legittima difesa. 
Sta nella bocca come dentro un fodero di cuoio. 
In una vita puoi studiare dieci lingue ma non due dialetti.

E' così che ho pensato ai meridiani come contenitore di diversità in via di estinzione e approfittato dell'autore napoletano per spiegarne il motivo e le ragioni.



Gli voglio bene perché mette forza di raddoppio alla parola “ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che deve essere migliore del solito domani. 
Gli voglio bene perché al contrario dell’indicativo “abbiamo” toglie peso e presunzione al verbo avere, dicendo “avimm”.
Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. 
Gli voglio bene perché raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo. 
Mentre il presente è un frattempo che si riduce a “mo”, sillaba di momento. 
E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo, “i”, più corto del già svelto “ire” latino. 
Perché quando te ne devi andare, “te n’ia i”, subito.

Corsivi di Erri De Luca