giovedì 29 dicembre 2011

la differenza è nella testa

(tentativo di prosecuzione al post di daunfiore del 30 novembre)



adesso che tutto è uguale a un attimo prima, 
mi sento diversa.
com'è successo? 
come lo descrivo?
il modo più semplice sarebbe dirlo 
con la formula del non, ma così è troppo facile!

a dire come ci si sente quando il distacco dal sè  
è calmo e senza tormento, si rischia  di finire nel melenso, 
di liquidare e relegare questa condizione 
nel cassetto dei segreti che a svelarli svaniscono 
oppure attribuirla all'amore.

eppure capita che anche i fantasmi 
e gli orrori con cui spartiamo noi stessi
a tratti si distraggano o si spostino 
lasciandoci in pace senza necessariamente
finire in un'estasi mistica.

è la testa che fa la differenza

ma pare che la persona sia incapace 
o meno incline a esprimere l'energia 
e il tipo di corrente che riguarda gli aspetti 
che ciascuno ritiene più favorevoli.

com'è che si inverte la marcia?
dov'è il trucco? 
nel capovolgimento?
ribaltare i temi e i concetti, 
come mettere due lenti nuove agli occhiali?
proviamo:

è una condizione di piacevolezza atea
dove sono presenti ma distanti gli stati d'animo 
quelli cupi, preoccupati, inquieti.

la differenza è nella testa

l'ironia sfoggia un sorriso aperto, 
sincero, senza punte di invidia, cinismo, gelosia, 
quelli che si chiamano cattivi sentimenti:
la rabbia, l'odio; anche la malinconia è sfumata.

al posto dei pensieri ricorrenti spesso distruttivi, 
svogliati e scoraggiati c'è un niente confortevole, 
cordiale e ottimamente accogliente.

nessuna urgenza impone soluzioni da trovare in fretta, 
o di compiere azioni necessarie 
alla soluzione di un problema contingente.

la differenza è nella testa

ma dove? vorrei capirlo com'è che funziona, 
com'è che succede, come si fa 
a stare più spesso in questo stato di grazia. 
vorrei sapere dove e come per dirlo a tutti. 
credo sia qualcosa che sarebbe bene sapere 
più di qualsiasi altra invenzione o scoperta. 

tornare nella disperazione e nel tormento costerebbe fatica.
la stessa di quando mi dicono, dai tirati sù, poi passa.

è un po' questo che c'è in questi giorni.
mi ci sono trovata "a galla", e adesso evito la fatica. 
perché dovrei farla? 
l'altro stato lo conosco.

in questo adesso mi ci sono trovata da sola, 
senza nessunissimo aiuto reale o immaginato, 
senza amore o ragioni di nessun tipo.

niente inni alla vita o alla gioia 
perché quello che detesto è sempre lì 
nello stesso mondo che gira uguale a sempre.

la differenza è nella testa 

come una psicosomatica al contrario. 
diventerò più bella?
porterà guarigione?

arriverà la classica botta di culo 
quella senza effetti collaterali, patti col diavolo o tranelli?

la differenza è nella testa, e le parole per dirlo ci sono.
com'è allora che se ne sente parlare così poco?
e se ne parlo la consumo?



Le sedie dormono in piedi
anche il tavolo
il tappeto sdraiato sul dorso
ha chiuso gli arabeschi
lo specchio dorme
gli occhi delle finestre sono chiusi
il balcone dorme
con le gambe penzolanti nel vuoto
i camini sul tetto dirimpetto dormono
sui marciapiedi dormono le acacie
la nuvola dorme
stringendosi al petto una stella
in casa fuori di casa dorme la luce
ma tu ti sei svegliata
mia rosa
le sedie si sono svegliate
si precipitano da un angolo all’altro anche il tavolo
il tappeto si è messo a sedere
gli arabeschi hanno aperto i petali
lo specchio si è risvegliato come un lago all’aurora
le finestre hanno spalancato
immensi occhi azzurri
il balcone si è risvegliato
ha tirato su dal vuoto le gambe
i camini dirimpetto si son messi a fumare
le acacie han cominciato a chiacchierare
sui marciapiedi
la nuvola si è svegliata
ha lanciato la sua stella nella nostra stanza
in casa fuori di casa la luce si è risvegliata
si è versata sui tuoi capelli
è colata tra le tue palme
ha cinto la tua vita nuda i tuoi piedi bianchi.


Nazim Hikmet



Nasce a Salonicco nel 1902. È amico di Neruda, allievo di Majakovkij. È capace di ridere e piangere, di amare, di soffrire e di cantare. E cantava - racconta Neruda - prima piano e poi sempre più forte, a squarciagola, per vincere la sua debolezza e rispondere ai suoi torturatori.
Cantava in mezzo agli escrementi delle latrine, dove lo avevano costretto a stare dopo averlo fatto a camminare fino all'esaurimento delle forze.
Oppositore del regime di Kemal Ataturk, è condannato a 28 anni di carcere (1938) con l'accusa di incitamento alla ribellione perché ai cadetti della marina, che amano i suoi versi, piace leggere l'"Epopea di Sherok Bedrettin", il poema sulla ribellione dei contadini del 1500 contro l'impero ottomano.
Esce dal carcere in seguito ad un'amnistia generale. Anche da libero è perseguitato: due tentativi di ucciderlo e il servizio militare a 50 anni, malato. Privato della cittadinanza turca, deve rifugiarsi all'estero, accolto con affetto ovunque; solo gli Stati Uniti gli negano il visto. Muore esule a Mosca nel 1963.



Cliccando sul nome si arriva alle sue poesie, in molte si coglie la reazione e la necessità del ribaltamento senza buonismo e quasi laico.
Una poesia che scappa dal vero, lo rovescia, sebbene aggrappata al reale, al concreto, senza voli pindarici estremi e assoluti, quasi un gioco in cui il senso noto e prevedibile diventa il suo opposto, un procedere dall'abisso alla luce, un cammino lungo i pensieri, una descrizione di ciò che abita tra la mente e il corpo messa in forma di poesia.

2 commenti:

  1. SQUILIBRATO
    fatto bene a dirlo, ma mi sa che un giorno solo serva a poco, meglio ribadire quotidianamente;)

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