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venerdì 1 giugno 2012

BIANCANEVE



(Immagine dal web)



Avrei dovuto spargerle il sale sopra alle ferite, come si fa sulla neve quando invade le strade. Avrei dovuto arrampicarmi sull'asfalto scuro, grigio, scricchiolando sul ghiaccio con le catene alle ruote. Avrei dovuto.. certo, avrei anche dovuto capire cosa c'era da fare sopra quel monte, sopra il pensiero di lei, che non c'e', non c'era e mai c'era stata. In effetti poi, il pensiero, stava gia' sopra al valico e mi aspettava. Ma quante volte il pensiero aspetta invano? Tutta la vita ci aspetta, finché non moriamo appresso ad una fede, alla decisione di credere, di rinnegare quel lampo che ci ha schiantato il cuore e illuminato le idee.
Sappiamo sempre tutto in un lampo. Ma se accettassimo l'immediata consapevolezza che siamo, allora la vita non ci porterebbe lungo un percorso tortuoso con immensi panorami sempre nuovi, ma si risolverebbe in un istante sconfitto, in un singolo movimento di respirazione.
Trattieni il fiato, dicesti, ed io ti diedi retta. Perche' li' dov'ero non avevo molta scelta. E chiudi gli occhi,aggiungesti. Ma questo non volli farlo. Non piu'. Perche' ormai tutto mi piaceva guardare. Ogni cosa, che fosse giorno o buio pesto. E lo spavento, il raccapriccio, sono sempre meglio che il sonno senza sogni. Per quello c'e' la morte, se la morte esiste. Se la morte non e' accettare la verita' di questa vita.
Cosi' mi abbracciasti, mentre lei, la vera lei, guidava. E lo stomaco brontolava, lo sentivo.
Mi chiedesti, hai fame? Con la dolcezza che ti riconoscevo, sempre. Come quando da piccolo mi asciugavi il sudore in fronte, con le labbra pronte, con le mani calde e il sorriso ingenuo. Con lo scudo issato sopra il muro e la spada nel tiretto di un mobile accanto al camino.
Stammi vicino, cosi' mi dicesti anche stavolta, pur sapendo che nulla avrebbe importato agli orchi e nemmeno ai lupi se fossimo stati uniti, coesi, arcigni nel nostro volerli sfidare.
Andremo ancora al mare, soffiasti nel palmo del mio pugno chiuso a riccio, e quello s'apri' e le unghie lasciarono colare un rivolo di sangue lungo il polso. Hai male? Chiedesti, ma io non sentivo niente.
Tumefatto e rotto nelle ossa, non capivo come mai ci facesse tanto sconforto essere in fondo dalla parte del torto.
Biancaneve divenne ancora piu' assente. Cantava guidando, la sentivamo bene. La sua voce veniva da altrove, da un luogo imprecisato che sta sicuramente oltre il monte. E aveva un che di soave forse, di attraente. Non c'era molto da aggiungere. Anzi forse non c'era proprio niente da dire, da capire, da controllare e ripassare. Ci era sembrato quasi tutto normale. Si, del resto, quasi tutto normale. Gli orchi affamati che circondano la casa, usciti dal bosco. I lupi ad inseguire il babbo fino ad accerchiarlo. Le sue urla mentre vivo veniva mangiato.
L'unica eccezione, l'unico spavento, era stata giusto lei, Biancaneve. Con gli occhi di ghiaccio senza alcuna voglia di confessione, ne' di assecondare le nostre speranze. La sua, solo una presa di posizione.
Avessi sbagliato a immaginarmela bella, adesso non starei qui a darmi ragione. E invece aveva fischiato ai lupi, e quelli erano tornati con le bocche insanguinate. E i nani erano scesi dal furgone e ci avevano pestato. Urlavamo entrambi, uno per chiedere clemenza nei confronti dell'altro.
Ma nessuna clemenza c'e' nelle storie antiche. Sono miti ancestrali che raccontano la ferocia della vita e la verita' della morte. Tutto cio' che le ricopre, che ci chiude gli occhi e ci fa sognare, e' la voce di chi racconta, la voce di chi le trasforma in nenia Tutto cio' che le cambia in favole belle, e' il fiato caldo di chi ci veglia.

lunedì 16 aprile 2012

STORIA DI SISTO (EPILOGO E APPENDICE)



(foto dal web)




Andreina fu la gioia della vita di Sisto. Lei e il suo profumo di latte e biscottini lo portarono in un cascinale sulle colline dolci, dove i girasole ammantavano le curve gentili dell'orizzonte.
Andreina e le sue onde morbide vivevano con una numerosa famiglia di umani, e tutti sapevano di qualcosa di dolce... alcuni sapevano di viscoso prodotto degli insetti ronzanti, altri di fieno bagnato, altri ancora di legname affumicato... e tutti... ma proprio tutti, erano gentili con Sisto. Anche gli altri cani...
E si' perche' il cascinale, oltre che da Sisto, era abitato da altri 10 trovatelli. E il giorno stesso in cui il protagonista di questa storia arrivo' li', fu il piu' anziano della tribu' a prendersi la briga di raccontargli, tra guaiti e scodinzolamenti ben calibrati, come quella famiglia di padroni fosse la migliore delle avventure nelle quali, un povero cane, potesse incappare.
E cosi', pur continuando a non saper contare, Sisto si accorse della moltitudine, e la sua vita ridivenne quel miscuglio di odori in uno spazio definito.. condizione nella quale era nato e che sapeva renderlo sereno.
E cosa puo' desiderare di piu' un cane se non un padrone buono che nulla gli faccia mancare? Cosa puo' desiderare un cane piu' che un dispensatore di cibo e coccole? Cosa di piu' che sicurezza e tranquillita'...?

Venne l'inverno, e poi fu primavera, e poi arrivo' la calda estate e di li' a breve l'autunno. E quando inverno busso' nuovamente alla porta le cose nel mondo erano cambiate.
Sisto non lo sapeva e non poteva interessarsene, ma una crisi violenta aveva devastato il paese dove quella famiglia viveva. Ormai il girasole non consentiva piu' i guadagni d'un tempo, e i giovani cuccioli d'uomo (ben otto in quella famiglia) avevano cominciato a dimagrire, come capitava pure ai cani di quella comunita' allargata.
Come s'e' detto Sisto continuava a non saper contare, e quindi non si accorse quando il primo odore spari'. Era l'odore di Rigoberto, uno dei cani piu' grossi, che sapeva di boccone rubato dal piatto. Il secondo odore a sparire dal miscuglio olfattivo fu quello di Ermengarda, una cagna gigantesca che sapeva di cuccioli mai avuti. E la sera in cui non l'avverti' piu', Sisto certo non porto' a coscienza l'evento, ma  si addormento' col magone sul cuore. E la notte sogno' una stanza con le lampade al soffitto e tavoli gelidi su cui ominidi pelosi lo stendevano a forza...
Dalla mattina visse con le orecchie tese e il naso puntato ad ogni corrente d'aria, pronto a capire quale pericolo viaggiasse nel vento. E certo si sarebbe accorto di una terza sparizione. Ma il terzo a sparire fu proprio lui.
Una mattina venne Andreina col profumo di latte e biscotti. Venne con un'onda cupa, muta e dolorosa. Invano Sisto cerco' di asciugare quel suo umore bagnato e salato.
Lei lo carezzo', gli mise il guinzaglio e lo condusse nella stalla.
Piangeva la ragazza, che amava tutti quei cani, e Sisto piu' degli altri. Ma era stato un ordine del padre a muoverla. E anche a lui era dispiaciuto. Cosa avrebbero potuto fare con otto ragazzini da campare?
E piangeva Andreina, piangeva ancora alla sera. E le lacrime le scendevano dal viso fin dentro al piatto, seguendo lo sguardo che fisso poggiava sull'osso spolpato.
Sisto era stato mangiato.

-APPENDICE-
Il problema e' strutturale. Il problema e' un problema di ruolo. Di posizione. Un padrone e' buono, un padrone e' cattivo... sia pure. Ma in ogni caso il pericolo non viene dalla natura dell'animo di chi e' padrone. Il pericolo, per il sottoposto, viene dal ruolo che quell'essere, buono o cattivo, riveste. E certo... anche l'eventuale beneficio viene dalla stessa origine. Ma il beneficio, se beneficio puo' essere considerata l'atrofia della capacita' di sopravvivere senza tutore, dipende dall'animo del padrone. Il pericolo per il sottoposto invece no.

mercoledì 11 aprile 2012

STORIA DI SISTO (3/4)



(FOTO DAL WEB)




La nuova condizione di Sisto si presento' da subito come drammatica. Lo gettarono in una gabbia insieme ad altri cani ringhiosi e spaventati i quali non facevano altro che piangere ed abbaiare.
Sisto si raggomitolo' in un angolo. Non camminava bene, le zampe non lo reggevano saldamente. E poi aveva una cosa in mezzo alle zampe che gli dava un fastidio tremendo. Ci mise il suo tempo ad abituarsi ai nuovi dispensatori di cibo che sostituivano alle carezze e alle coccole delle bastonate e dei calci da fare terrore.
Gli odori erano tutti coperti dal puzzo di piscio, letame e polvere. Quindi non risultava possibile sapere se dalle gabbie qualcuno mancava da un giorno ad un altro..
Sisto non conosceva il futuro, s'e' detto, ma sapeva di cosa ha sapore il passato. E forse un po' lo sognava quel sapore. E da quella vita buia nella quale era piombato, forse i sogni riuscivano a proiettarsi. E allora sperava. perche' chi sono io per dire che un cane non sa sperare? Sperava che come all'odore di carezze e leccatine era seguito l'odore di tappeto bagnato, adesso tutto sarebbe cambiato ancora. E un nuovo padrone sarebbe venuto a cambiargli la sorte.
Cosi', dopo un po' che era li', si concentro' ad analizzare i presenti. E a scoprire eventuali partenze e nuovi arrivi. Questo gli giovo' parecchio. Tanto per cominciare fu piu' reattivo ed evito' di prendere sempre e solo pedate. E poi con la mente puntata su altro che non il terrore, la coda abbandono' il suo interno cosce, e finalmente non ebbe piu' quell'impedimento fastidioso tra le gambe.
Dopo due settimane comprese che ogni giorno alcuni cani venivano presi dalla gabbia e trascinati in catene lungo il corridoio che aveva davanti. E al fondo di questo sparivano dietro una enorme porta azzurra.
I cani andando via guaivano in preda al terrore convulsivo. Certo, nessuno sapeva cosa ci fosse oltre quel buio. Nessuno era mai tornato a raccontare. Ma l'angoscia saliva soltanto a guardarla quella porta. Figurarsi cosa sarebbe accaduto oltrepassandola.
Una mattina l'umanoide peloso, aperta la gabbia, lo punto' con lo sguardo truce, e in breve Sisto si ritrovo' legato e trascinato lungo quella lingua di pavimento gelido...
Ecco.. ecco cosa gli ricordava quel posto. Improvvisamente seppe cos'erano quegli odori. Erano gli stessi odori annusati quella mattina di gita fuori porta coi suoi secondi padroni, quando adagiato su di un tavolo freddo, qualcuno gli aveva cacciato un bastoncino nel culo ed una spina velenosa sotto la pelle...
E avvicinandosi a quella porta adesso l'angoscia di Sisto prendeva forma: la forma di uomini dai volti coperti, la forma di lampade accecanti che spuntavano dal soffitto, la forma di lame sottili e precise, la forma di urla e di squarci, di sangue e carni scoperte... la forma di organi esposti all'aria e ancora pulsanti.
Sisto trattenne il respiro mentre, oltrepassato quell'antro, l'ominide peloso gli sganciava la catena dal collare e con voce falsa e melliflua gli accarezzava l'udito graffiandolo di malcelata crudelta'.
Uno spiraglio di luce  illuminava la stanza. Sul fondo, un'altra porta. Dietro quella di certo la sala della tortura. Ma adesso, nella stanza dove Sisto stava, c'erano solo lui e l'umanoide peloso. E quello squarcio di luce ed aria. Una finestra aperta. La coda gli usci' dalle cosce, i muscoli si fecero tesi e Sisto, con uno scatto imprevisto, sferro' un morso alla mano del padrone aguzzino e si lancio' disperato fuori dalla finestra....
Nei giorni successivi arrivo' a pentirsi anche di quell'azione necessaria ma sconsiderata.
Adesso, per strada, soffriva la fame non avendo un padrone. E passando davanti alle ville spiava i suoi fortunati colleghi ben nutriti e coccolati.
Rovistava nei rifiuti inseguito da infiniti uomini con infiniti furgoncini. Certo, non erano tutti come l'ominide peloso suo, ma in qualche modo glielo ricordavano. Avrebbe potuto farsi rapire Sisto, ma quelli che lo inseguivano adesso non avevano neanche l'aria di voler simulare altre intenzioni da quelle di fargli del male.
E quando ormai Sisto era un cane secco e disperato, venne la gioia della sua vita: Andreina. Una cucciola umana che sapeva di latte e biscottini. Non emise nessuna onda stridula, lei, vedendolo. Le sue onde furono gentili e morbide come la sua carne.
Andreina lo vide, lo raccolse, e se lo porto' a casa. Era la sua nuova padrona.
Sisto era stato adottato.(CONTINUA...)

lunedì 2 aprile 2012

STORIA DI SISTO (2/4)


(foto dal web)



Le ombre sconosciute portarono Sisto in un posto lontano, dove gli odori a lui familiari scomparvero presto.
A sostituirli ne vennero altri. Quelli dei tre suoi nuovi dispensatori di carezze, coccole e cibo.
La piu' piccola, la cucciola umana, non faceva altro che lisciarlo. La mamma della cucciola, invece, lo rimpilzava di biscottini. E benche' incorresse in qualche brutta avventura (come quella gita fuori porta in quel posto strano dove lo misero su di un tavolo freddo per sodomizzarlo e poi infilzarlo con un ago... o come quando si erano incattiviti e ogni volta che cagava lo pigliavano e lo mettevano in punizione...) Sisto poteva dirsi un cane felice.
La casa era circondata dal giardino, e il giardino da un recinto. E venne il tempo in cui Sisto.. percorso ogni metro, esplorato ogni centimetro... comincio' ad ululare alla luna e a spiare dal cancello. Cosa c'era la' fuori?
Rimaneva per ore a mirare dal recinto di ferro (che chiaramente aveva assaggiato), e spesso capitava che vedesse passare un altro cane. Qualche volta si trattava di un individuo cattivo, che gli ringhiava la sua rabbia. Altre volte si trattava un individuo esausto e spelato, che avvicinava il muso alla grata e guaiva la sua disperazione. Altre volte fiero passava un esemplare al guinzaglio, muscoloso e saccente. La cosa che parve chiara da subito a Sisto fu la statistica.. i cani che avevano il padrone erano in salute. Quelli senza erano denutriti e spaventati.
Il padrone, realizzo' Sisto probabilmente, e' la cosa piu' importante che deve avere un cane. 
E allora perche' quel malaugurato giorno in cui, uscendo con la macchina, il suo padrone non chiuse il cancello, lui non seppe resistere alla tentazione di uscire e seguire gli infiniti odori che lo tiravano come corde verso l'ignoto?
Non credo che Sisto conoscesse quella cosa che chiamiamo futuro. Quindi non diro' che pensava, uscendo, di fare presto ritorno alla sua casa... ma certo non voleva essere una fuga definitiva la sua. Sisto era un cane che non sapeva non avere un padrone...
...ma avvenne che mentre trotterellava sul lungomare, gia' a notevolissima distanza dalla villa, venne adocchiato da un losco umanoide peloso che stazionava su di un furgoncino scuro e rovente. Questi, vistolo cucciolone ed ingenuo, usci' dal suo mezzo e si mise a fischiargli.
Rideva Sisto, di quel gioco proposto dall'umanoide peloso quanto lui stesso. Ma poi il soggetto mise in tasca una mano.. e ne estrasse un odore inconfondibile di biscottino.
Sisto gli corse incontro fiducioso e... fini' nel retro del furgoncino, a piangere, sentendo il cuore esplodergli in corpo.
Probabilmente gli tornarono al naso gli odori dei fratelli, quello della madre, quello dell'ombra stridula dal sapore di carezza e leccata... e in tragica associazione riscopri' fuggenti anche gli odori della villa e dei suoi nuovi tre padroni... e seppe che mai piu' li avrebbe rivisti. Annuso' l'aria e scopri' muffa e pelo bagnato. Quello era l'odore del suo nuovo proprietario.
Sisto era stato rapito...(continua...)

sabato 31 marzo 2012

STORIA DI SISTO (1/4)


(foto dal web)


[Questo post e' vecchio di 5 anni. Stava su di un vecchio blog dismesso. Purtroppo ho partecipato ad altre esperienze di blog collettivi o cose simili negli anni, e dopo esserne stato espulso, i titolari delle "imprese" hanno ritenuto superfluo cassare i miei contributi (malgrado io l'abbia espressamente e a piu' riprese chiesto) dagli spazi "loro". Informata di questo fatto Teti pero' mi ha detto che potevo anche ri-postare qui sopra la Storia di Sisto. Malgrado in rete ce ne siano ancora tracce. Quindi io lo faccio. Perche'? Perche' Sisto mi sta simpatico. E perche' ci vedo una continuita' col primo post che ho lanciato qui sopra. E perche' la storia di Sisto e' la storia di un equivoco spaventoso che ci avvelena la vita. Dunque....]



Sisto non si chiamava Sisto al momento della nascita, ma lui non lo sapeva e nemmeno gli interessava.  Passo' i primi giorni attaccato ad una mammella, calpestato e calpestante. 
Quando il mondo si allargo', dall'essere una mammella prese ad essere uno spazio sgusciante e freddo popolato da onde urtanti e odori pungenti. E da ombre.
Alcune ombre emettevano potenti onde stridule di quello che qualche essere diverso da Sisto avrebbe definito giubilo. E quelle ombre, che profumavano di carezze e leccate, dopo averlo investito, lo sollevavano come fosse un ciuffo di pelo. E allora la vertigine l'assaliva, il cuore pulsava, e la nausea saliva in gola insieme al latte ingurgitato. Poi, cosi' come era stato levato dal suo naturale e basso raccoglimento, cosi' quelle ombre che sapevano di carezze e leccato, lo ripiombavano giu'.
Dopo un po' Sisto s'era abituato. E cosi', ormai sicuro e baldanzoso, scorrazzava coi suoi fratelli fino in fondo allo spazio a disposizione.
Adesso, lui non lo sapeva perche' non sapeva contare, ma aveva 5 fratelli, e ognuno era un odore particolarissimo e riconoscibile. C'era Norberto che sapeva di leccata di culo.. c'era Gianfranco che sapeva di pelo bagnato... c'era Marcello che sapeva di agguato dietro l'angolo... e cosi' via. E gli odori, quando Sisto si svegliava, erano tutti mescolati insieme. Quelli dei fratelli, quelli della madre e quella delle ombre alte e potenti.. che ormai facevano parte dell'amato paesaggio.
Le ombre a volte sostavano nei pressi della mamma di Sisto. E l'accarezzavano. E le davano cose che odoravano di cacca pre-trattata. E la madre le mangiava vorace. E quell'odore poi Sisto lo ritrovava nel latte, che d'un tratto pero' si fece piu' scarso. Fu allora che anche per i cuccioli, le ombre potenti, divennero dispensatrici di cibo. 
Ormai Sisto viveva nel miscuglio di profumi e clamori, e cresceva sempre piu' stabile sulle zampe e forte nel collo... ma ancora non sapeva contare. Cosi' non seppe mai che Norberto era sparito. Certo... forse avverti' nel miscuglio di odori qualche spruzzo in meno di leccata di culo... ma e' difficile a dirsi se cosi' fu. Non si accorse nemmeno dell'assenza di Gianfranco, seguita di due giorni a quella di Norberto... e la cosa un po' lo strani', anche se non seppe mai definire quella differenza nella percezione olfattiva...
Di certo si sarebbe accorto se fosse sparito un terzo fratello. Ma il terzo fratello a sparire fu lui.
Una mattina vennero delle onde cupe e raspose in cima ad odori di muro umido e di tappeto bagnato. E mentre Sisto trotterellava fiducioso in giro per il grande spazio (in verita' sempre meno grande) una presa stridula lo sollevo', come al solito. Ma stavolta, invece che riposarlo per terra dopo averlo ciancicato un po', lo passo' alle nuove puzzolenti braccia.
Sisto era stato venduto...
(continua...)

giovedì 16 febbraio 2012

COSMOGONIE A CONFRONTO (MINI RACCONTO RODARIANEGGIANTE)


(Foto dal web)





E cosi' la bambina mi guardo' stupita. Stupita che fossi io, proprio io, e non un altro, a strozzarle la vita. C'era il sole sopra la neve, era riflesso nei miei occhi, e non le sembrava possibile che da quel riflesso provenisse la pretesa ad una risposta, piuttosto che l'invito a spiare nella direzione in cui la luce veniva a sbattere nei miei specchi rotti. Cosi' stupita soppeso' se era il caso di prendermi sul serio. E annoiata, ammaestrata, comincio' a ripetere l'ennesimo paragrafetto del suo libro di scuola elementare. E mi disse che per gli ebrei e che per i cristiani, era un tale dio ad aver creato il mondo, e che l'aveva fatto in sette giorni. Che aveva separato le acque dalla terra e no, prima ancora la luce dalla tenebra. E che alla fine aveva plasmato un tipo dal fango e poi ne aveva estratto un osso. E che con quell'osso aveva composto la donna, come se il fango, a quel punto, non gli fosse piu' sembrato abbastanza. Mi disse che per la scienza invece era tutta un'altra storia. Che c'erano voluti non si sa quanti miliardi di anni ad arrivare a noi, da che non c'era niente, nemmeno il tempo, probabilmente. E mi diceva queste cose balbettando, perche' leggere e ripetere modelli e' un conto, ma doverci anche credere ne e' tutto un altro. Non e' roba che si possa improvvisare, la convinzione. E poi? E poi mi parlo' incoraggiata, o anche minacciata dalla mia postura da adulto e maestro, della cosmogonia degli induisti, e di quella degli indiani d'america. Ma mentre mi ripeteva la lezione guardo' fuori dalla finestra e vide il mare. Sorrise disperata, ed io con lei. Ero li' perche' mi davano da mangiare, mica per passione o perche' credessi di portare a termine una missione! E come finalmente discesa tra gli umani con qualcosa in piu' della parola, mi guardo' e con un velo di sfida e curiosita' mi chiese, chi di quelli avesse ragione, quale era la verita'. Insomma... la Terra l'hanno creata dal niente o e' venuta fuori da una esplosione? E se e' venuta fuori da una esplosione, cosa c'era prima? Perche' la bombola scoppia e fa crollare il palazzo, genera l'incendio... ma in origine era bombola, mica nulla davvero! Io sorrisi, chiusi gli occhi e pensai a mio nonno. Che della verita' diceva peste e corna, e non voleva sentire niente a riguardo. Mio nonno che mi raccontava storie a braccio per farmi addormentare, non voleva ne' convincere ne' essere convinto. Voleva solo giocare. Lui si che era bello, starlo ad ascoltare... Allora, forse per sgravarmi la coscienza dal ruolo di aguzzino che mi ero lasciato cucire addosso con due lire e il pane, guardai la bambina e sorrisi e presi a raccontare. Le raccontai la storia di comara scrofa e comara volpe. E lei rise di cuore, come se le avessi levato le rughe dalla fronte. E davvero rughe sulla fronte di un bambino, pensai, non ce ne dovevano essere. Conclusi ridendo insieme a lei, stanco di tutto quel lamento fatto in parti di sussidiario incollate anche male, che sottendono a tarli e guerre, locali, di religione e mondiali. A manipolazioni di ogni specie e a sfruttamento. A fabbricazione di quadri di sistema, e di materiale umano che poi li vada a riempire. Come se tutto cio' avesse un qualcosa di essenziale, decente o almeno naturale per essere giustificato. Come se una questione senza soluzione, fosse davvero e sempre da considerarsi come un problema, e non piuttosto solo come un pretesto utile a scornarsi, a creare tensione.
“ Ecco, ti piace questo gioco? ” le dissi a quel punto.
“ Quale gioco? ” mi rispose un po' sospettosa.
“ Quello di raccontare storie, pescarle nella fantasia e spiegarsi le cose come si fa in un sogno.”
Lei sorrise, e colta l'occasione mi racconto' un'altra fiaba, che a me parve sconclusionata. Ma che mi fece ridere, ridere davvero insieme a tutta la classe, per il piglio che aveva preso lei, per come se l'era cercata e cucita addosso. E allora io risposi con una terza pantomima. Presi al volo il pretesto della neve dell'inverno, e ci fantasticai sopra, a ruota libera. E le spiegai in un assurdo onirico da dove veniva e perche' scendeva. E al culmine dell'eccitazione alla fine della puntata, applaudi' la bambina, e senza nemmeno aspettare l'incoraggiamento, fece lo stesso, e mi spiego' da dove aveva origine il movimento del vento. Quando suono' la campanella alla fine di questa telenovela. fu bello vederla andare via, con la madre e la sorella, per mano, sorridente. Quattro nozioni spicce sul groppone, ma non piu' il problema di una incombente realta' che tutti si contendono con te in mezzo a dover scegliere. Perche' e' un gioco bello inventare storie e saperle ascoltare. E dove c'e' la bellezza, forse non esiste tutto questo bisogno di sapere chi dei tanti ha in tasca la verita'. E perche' forse conta, piu' del sapere da cosa ebbe origine il mondo, imparare a resistere a chi vuole importi la sua versione, o che si cresca senza maturare questo assurdo bisogno.