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domenica 8 gennaio 2012

Da qui, da sotto le palpebre, il mondo ha il dono dell'ignoto. La vita è oltre, oltre queste ciglia, e basta aprire, anche solo leggermente, gli occhi. La luce contamina tutto. Niente è come prima, dopo il suo arrivo. Con tutta la lentezza della oscurità fertile e feconda, dove si annidano futuro e guai, speranza e paura, forza e brividi, ti ritrovi spinto dentro un gioco, che molti si ostinano a chiamare vita. Ma non vale il viceversa, almeno non questa volta. Non chiamatela possibilità, forse potrebbe destino. Anche se a me fa un pò ridere. Esiste una buccia che circonda tutte le cose, prima che accadono. No, non sto parlando di un mandarino da sbucciare, prima di addentarne gli spucchi, fatti di un acre oro arancio - perchè a volte la natura si fa colore, prima di ogni altra cosa. Sto parlando della forza che ti spinge a resistere, anche quando e quanto non avresti pensato; non ti sarebbe mai passato per la testa di spingerti così a fondo di un dolore, di una gioia, o solo di una possibilità. La stessa di cui sopra, una variabile inesatta. Ha milla nomi il futuro, e nessuno è quello giusto, almeno non per sempre. Come se ci fossero passi che non siano solo polvere ed impronta. Ma solo deviazioni. Siamo la volontà, che, sotto quella buccia, pulsa e spinge. E si dimena, o solo, più o meno assorta, attende, e non sa che proprio quel dimenarsi è l'attesa più giusta. In verità, è un pò che rifuggo le cose giuste, anche di più le esatte, e mi sorprendo di fronte a tutte le cose che naturalmente accadono. Mi precipitano nel respiro. E quella attesa diventa tempo, anche quando quello che hai dietro si è irregolarmente concluso, e solo davanti a te c'è tutta la sua forza leggera e serena.
E per caso ho compreso che nella apparenza ci sono tutte le risposte
che la nostra volontà rinnega.
Anche quella è una verità.
Quella più densa.
E io sono l'apparenza più prossima a me stessa.
Non a quella vera.
Ma solo a quella che mi è più cara.
Perchè le parole hanno un cuore tutto loro
e se ne frega di ogni plausibile e plasmabile tentativo di dargli una forma.
Lasciano fare.
Ma alla fine continuano a "significare" esattamente quello che sono.
Chiudo gli occhi e mi spalanco al nulla.
Dove la misura non conta.
Ed il troppo ed il poco sono assolutamente vicini, troppo vicini.
E carne e anima sono soavemente indistinti.
Tra cielo e terra ci sono infinite cose ed io non ci avevo mai pensato.
E sempre più ostinatamente mi ostinavo.
Ho smesso di in_esistere nella misura in cui ho tolto agli altri il potere di farmi esistere.
Di crearmi e distruggermi.
Divisa. Forse scomposta. Frammenti che si affiancano, nella speranza invereconda dell'unità, o della condivisione. O solo di una forma che non dia un senso, ma solo una dimensione. Abbiamo bisogno di rendere tangibile ogni sensazione. Di bagnarla di materia. Non ho sottotitoli per questo pensiero. Nasce e si rituffa esattamente come l'ho sentito. Nudo dentro il fodero della mia carne. Ho sdoppiato il bordo. E il confine, il posto dove in maniera, più facile ed incuta, si annida la paura, è del tutto sbavato ed impreciso. Una specie di terra di nessuno. Di un nessuno che si è insinuato dentro di me. Una parte sconosciuta, ma più reale delle vene e del sangue, della cipolla che frigge nella pentola, di questa cicatrice che si intravede sull'anulare. Della goccia nel lavandino. Del latte sul fuoco. Dell'odore del mio collo. O solo del mio gomito. E' là che questo pericolo sconosciuto, ma tutto sommato sincero, a volte si nasconde. Per riaffiorare ogni volta che io scivolo nella lentezza morbida del non difendermi. Innaturale come la bontà. Crudele come il bisogno.
E l'aria si fa carezza.
Prima di mordere, all'improvviso.
Così viviamo, assorti piuttosto che mediamente distratti.
Scavalchiamo i giorni.
E le loro staccionate.
E si fa sempre più forte la sensazione di un gioco della figura con la mente.
L'occhio sente di essere osservato.
Vorrebbe nasconderlo alla mente.
Ed impudicamente si mostra, solo per fingersi sorpreso.
Perchè adora vibrare nello stupore.
E genuflettersi come una vittima innocente.
Ancora più ghiotto ed affamato di chi lo osserva.
Come se la curiosità fosse un riflesso che si rifrange.
Solo chi ha la propria vita, non si preoccupa di raccogliere l'immagine, le sue tracce, i suoi schizzi, le sue molliche, prima di andare via.
E non si volta.
Nessun tesoro da ostentare.
Solo un gioco.
Senza certezza.
Con la eleganza blasfema della malinconia.
Il tempo mi ha insegnato.
E prima che a me, a questo corpo.
Nulla accade senza lasciare un segno.
E quello aspetta solo che qualcuno lo ritrovi.
Lo sappia stanare.
Ne segua il percorso segreto.
Come se fosse proibito.
Ma non lo è.
Come una traccia su una mappa sperduta.
Forse una scheggia.

O un putrido mercimonio dell'anima.

mercoledì 30 novembre 2011

*

Se dovessi parlare di qualcosa di cui mi è difficile parlare, ecco, io penserei subito alla gioia. E' facile svuotarsi e parlare di ciò che ci fa male, di ciò che si infila nelle vene e ci gioca, di un verme o solo di un fiume strano che cerca di navigarci dentro e a volte al contrario. A quel punto scrivere e scriversi addosso è semplice; è un modo per ricoprirsi di parole. Mentre il piccolo mostro continua a leccarci le ossa. Dolore e pudore si sfaldonano come strati di una corteccia, sempre troppo spessa. E' un avvincarsi che non porta mai alla meta. Io non so proprio scrivere della gioia e mi viene viene facile cercare la bellezza, dove è più difficile, quasi impalando l'anima, e questo solo perchè cogliere l'elegia del tormento fa sempre una sua impressione. Su un palcoscenico. Contro la maschera della realtà. E perchè, se ci pensi, ti accorgi, che la vita può essere piena zeppa di piccole gioie. Ma devi pensarci ed è quell'attimo che si dilata nella consapevolezza, dove ognuno si sente un pezzetto migliore, solo per qualche istante. Perchè ha capito. Credo sia più difficile parlarne, perchè quelle cose hanno il velo della riservatezza, necessario sulle cose che sono reali e che appartengono alla nostra sfera più intima. Per assurdo esiste una intimità mediata ed una immediata. E quella mediata è già una specie di baratto, fino a sbacarsi e a divaricarisi nell'amore. Quella immediata mangia pane e si radica come quel verme, ma è un verme buono. Una specie di verme sputaricordi. E si attorciglia, quasi da matassa. Puoi chiamarla comprensione e ne ha tutta la deliziosa lentezza e pazienza. Tutta la luce del rispetto. Non so bene cosa volessi dire quando ho iniziato, e forse neanche adesso. So che voleva scaccarmi da un pezzo. Perchè è importante conoscere il punto di partenza e non quello di arrivo. Spingersi così alla deriva del divenire quasi ci fa sentire immensi nel nostro diritto sublime al cambiamento ed alla trasformazione. C'è un pò di tutto, pentimento, perdono, ritorno o nuova partenza. Non chiamatela vita, sarebbe poco per davvero.

lunedì 31 ottobre 2011

*

Il sublime ed impareggiabile culto delle pietre. La terra che si fa preghiera. Forse per toccare il cielo. O solo sfiorarlo. L'unica possibilità che ci è data. Sfiorare come strisciare, senza che la si fermi, una corda, che qualcuno dopo di noi non smetterà di tendere e tirare. Il passaggio del testimone. Il canto del tempo. La sua voce implicita e segreta, capace di divenire eco viva e pulsante. Quasi calda, perchè mille soli l'hanno riscaldata. Oppure quasi liquida perchè mille piogge l'hanno invasa. E nulla le proteggeva. E' quella la forza delle pietre. Il loro essere indifese sotto il cielo. Le pietre si accartocciano, si contraggono, si lasciano portare via, ma senza smettere di esistere. Le pietre non insegnano, stanno. Apparentemente immemori, hanno rubato frammenti di eternità. E urlano la memoria della vita. E di fedi sconosciute. Bagnate dagli strati di speranza che si sono accasciate, in modo quasi irreale, immemore, inzuppate di fumi di incensi, gocciolanti di speranza e di attesa, come candele tremanti. E la loro cera calda che avvolge. Resta, di loro, la forza, la spinta e l'urto invisibile. Oltre la polvere. Sono la sintesi imprecisa del tempo e della preghiera, della gioia contratta al margine con il futuro.
Mi piace osservare che la pietra è donna.
E donna gravida e pregna di memoria.
Di tocchi, di calchi.
Di impronte.
Di sogni e di ideali.
Come dire di forza vera.
Il succo di esistenze che si uniscono senza sovrapporsi.
E' il tempo che offre all'uomo una possibilità.

In fondo abbiamo incominciato a pregare e sperare, senza che nessuno ce lo insegnasse.
E' così che ci siamo ritrovarti di fronte a Dio.
E neanche aveva un nome.
E ne aveva infiniti.
Allo stupore del nostro limite, che ci ha protesi verso l'ignoto.
E per caso, Dio si è nascosto dentro un tronco.
Affinchè fosse radice e ramo.
Frutto e linfa.
Ogni volte che scegliamo il bene, le sue radici vanno sempre più a fondo.
Niente è più mistico della semplicità della esistenza.
Tutto diventa possibile.
Quasi nascondersi stelle tra le dita, come promemoria.
Per non dimenticare.
E dall'imbuto sfugge sempre un frammento di vita, calda e furente.
Quasi inattesa.
O in attesa.
E' la vita la preghiera del mondo.

lunedì 24 ottobre 2011

Segreto dei segreti.

Da qualche parte sta succedendo. Forse succede proprio a te, amico mio. E avrei voglia di dirti che sono con te, e un pò lo sono, ma ha poco senso. Mi accorgo di questo, mentre mi ripeto cose senza senso nella bocca. Mentre si perdono nell'aria e io sono già altrove. Amico mio, io ci sono, nell'unico modo che mi è consentito. Perchè nella tua vita ci sei solo tu. Mi piace pensare che quando si vuole bene ci sia una specie di catena del bene, un filo sottile e trasparente che supera tempo e distanze e modi e possibilità. E' un esistere invisibile che non ha regole, un soffio, una freccia o una mano che è capace di lasciare una carezza, dove capita o solo dove ce ne è più bisogno. Un bene asciutto e crudo, al limite dell'essenziale. Perchè nell'essenziale c'è la verità. La nostra.
Siamo stanze di carne e ossa.
Roride ed umide.
Al confine con il respiro.
Sporcate dall'aria e dal tempo.
Strana la voglia di conservare quello, che di noi, può lasciare un segno. Mi sono dimenticata del limite. Di ogni bordo che contenga e mi piace farmi gocciolare la vita addosso. Fino al mento. Protendermi e strisciare. Ed ascoltare la terra. Sfiorarla ed affidarle fatti e pochi pensieri. E' un improvvido modo di clonarsi. Quello di farsi orma. Un solco o solo un riflesso. Di sporcare con impronte.
In quelle stanze c'è un silenzio irreale.
Ma bellissimo.
La solitudine dignitosa dei campi di grano, d'estate.
Davvero persi la dignità? O fu solo inseguire quel tocco? Il contorno di quello sguardo. Quel crederci incessante e tumultuoso. Io fui onda.
Mordevo gelsomini ed annusavo la notte. Avrei anche leccato stelle, solo per spegnerle. Per quello gli soffiavo contro, riempiendo il cielo di buchi. E poi tremare mentre ci infilavo le mani dentro. E dentro il mio corpo restava la mia vocina, a farsi compagnia. Mentre mi sbattevo il cuore, come una puttana. Non sanguinava mai, neanche quando godevo.
La stanza è nell'ombra.
Ma non chiamatelo anima.
All'improvviso ti ritrovi oltre.
Oltre quel muro, oltre l'odore del pane, oltre le dita nei capelli, la crema di mirtilli e l'odore della pioggia.
Oltre quel bisogno.
La comprensione è un'illusione.
Una specie di bisogno di assomigliarsi.
Ogni amplesso si finge unione ma è solo un urto.
Fino al limite.
La carne ci ha plasmati insieme alla distanza.
Ed ha imparato a strofinarsi senza penetrarsi mai.
E tenta di ricordarlo a noi.
Ad avvicinarsi senza mai mescolarsi.
Un incredulo gemito e l'odore del cuoio.
E ci vedi benissimo.
Sangue, ossa, carne, tendini.
E sai che non è vita, ma solo astensione.
Le attese indefinite sono solo una fine annunciata.
Un dilatarsi del nulla ed un suo pulsare.
I rami contro il soffitto lo distruggeranno.
E la stanza e l'albero si intreccieranno.
"E' così che è morto il gelsomino. Era finito il soffitto".

giovedì 11 agosto 2011

"daunfiore" d'agosto parallelo

Agosto era già la fine dell'estate, perchè dalle mie parti l'estate, a quei tempi, iniziava tanto prima. E l'emozione di togliersi le scarpe e le calze, quando non potevi, non ti era ancora permersa, era più emozionante del dito nella marmellata. Era impagabile, una delizia impagabile, affondare il piede, finalmente scalzato e libero, dentro la sabbia, e affondarci l'inverno e la primavera e la scuola e tutto quello che ad un bambino poteva sembrare un peso ed iniziare ad inseguire, a rotta di collo, la spensieratezza e la voglia di sbavagliarsi. C'era quasi l'imbarazzo, dell'aver superare il confine tra il dovere e la gioia. E tutto questo, pensieri inconsapevolmente compressi nella gioia, finivano in un bagno, e a resistere nell'acqua ancora freddina, o non ancora troppo calda. Con lo stupore di ritrovare tutto immutato. Come se le conchiglie ci avessero atteso. Agosto segnava la parte più seria delle vacanze. Qualche giorno di mare, con papà, e poi si partiva. Nel cuore della notte, per simulare una partenza intelligente. Valige e cuscino e gomitate con mio fratello e l'immancabile coda, direzione nord, nonchè la lite immancabile tra mia madre e mio padre che si scioglieva inevitabilmente in una resa, reciproca e desiderata, all'Autogrill prima dell'arrivo. E non era mai un arrivo definitivo. C'era la tappa dai nonni. Uno o l'altro. E a volte tutti e due. Perchè i miei nonni erano separati, quando anche solo immaginare questa cosa era difficile. Erano separati, di fatto, come mi ribadiva sempre con austera serietà, e forse dolore, mio padre. E io mi sforzavo di capire cosa potesse essere uniti di fatto, invece. Deve essere stato una specie di marchio di famiglia, perchè da allora in famiglia non ci siamo fatti mancare nulla nella poliformica anatomia della coppia, roba da manuale. Insomma agosto iniziava con questo bagno di famiglia ritrovata e poi il viaggio veniva battezzato dal tocco della gomma bislenca della macchina di mio padre, sul suolo romagnolo. In un paesino piccolo che, nei miei ricordi di bambina, era a forma di vacanza. Terme e libertà. Non si doveva dare la mano, perchè non passavano le macchine e si poteva anche andare in giro da soli. E spalmavo burro sulle fette con dovizia e precisione, come una artigiana della colazione dal morso esatto. Perchè alla fine neanche mi piacevano. Ma eroicamente portavo a termine la mia colazione, prima di affrontare la nostra passeggiata. Io, mio fratello, bambino a forma di ostacolo, e mio padre. Giornate di dolce far niente e di piccole deroghe. Mia madre ci raggiungeva dopo, perchè lei faceva le cure alle terme, noi vagavamo nel parco. Agosto era questo, la mia famiglia, sempre insieme. Quella camera di albergo, e spesso era sempre la stessa, perchè il Signor Peppino si assicurava che fosse così, e le tagliatelle nel piatto alla domenica, che la signora Gina faceva, proprio lei con sua suocera che l'aiutava. Albergo posta, si chiamava così. E la bicicletta, e le piante tra le dita, e il giocattolo della partenza. Finiva con adeguata e meravigliosa lentezza, il sole sulla pelle, quasi un triangolo sulle guance, e la voglia di tornare a casa mia. A casa nostra. Era un agosto senza mare, perchè noi eravamo gente di mare. (daunfiore)




(traduzione) Ti ricordi ancora com'era quando si è bambini... bellissimo. Il mondo è colorato e bello. Finchè prima o poi non capisci che ogni partenza è un addio, ma può essere anche un arrivederci, sempre avanti, passo dopo passo... Non si può tornare indietro. Quello che ora è non potrà mai essere disfatto. Il tempo fugge da noi, ciò che è fatto è fatto. Ciò che ora è non accadrà mai più nello stesso modo. Una parola detta con rabbia è una parola di troppo, un passo troppo lungo è un passo rischiato e già è passato. Ciò che ho fatto ormai è fatto, quello che ho detto è detto e ciò che sembrava eterno è già passato. Ah, se solo potessi girare indietro le lancette dell'orologio una sola volta, quanto avrei preferito non vivere quello che oggi sto vivendo.

La tua vita si gira intorno, così piena di tempo sprecato e i tuoi sogni continui sempre a rimandarli.

Vorrai vivere, prima o poi ma se non oggi, allora quando? Perchè prima o poi anche per un sogno è troppo tardi.


Uno stile inconfondibile che la distingue e la risalta nonostante i repentini, frequenti e continui cambi di domicilio virtuale:)

Come nella precedente conversazione in mio apporto è stato unicamente quello di proporre un brano per questo post di esordio di una nuova parallela (teti)