è (stato) uno spazio libero aperto a tutti coloro desiderano esprimere o esternare argomenti che per la loro natura si discostano dai contenuti dei loro blog o per chi non ha un proprio blog ma ritiene interessante l'ipotesi di poter ricercare nuovi lessici idonei a dialogare su piani paralleli e ancora sconosciuti__ continua a leggere
domenica 8 gennaio 2012
E per caso ho compreso che nella apparenza ci sono tutte le risposte
che la nostra volontà rinnega.
Anche quella è una verità.
Quella più densa.
E io sono l'apparenza più prossima a me stessa.
Non a quella vera.
Ma solo a quella che mi è più cara.
Perchè le parole hanno un cuore tutto loro
e se ne frega di ogni plausibile e plasmabile tentativo di dargli una forma.
Lasciano fare.
Ma alla fine continuano a "significare" esattamente quello che sono.
Chiudo gli occhi e mi spalanco al nulla.
Dove la misura non conta.
Ed il troppo ed il poco sono assolutamente vicini, troppo vicini.
E carne e anima sono soavemente indistinti.
Tra cielo e terra ci sono infinite cose ed io non ci avevo mai pensato.
E sempre più ostinatamente mi ostinavo.
Ho smesso di in_esistere nella misura in cui ho tolto agli altri il potere di farmi esistere.
Di crearmi e distruggermi.
E l'aria si fa carezza.
Prima di mordere, all'improvviso.
Così viviamo, assorti piuttosto che mediamente distratti.
Scavalchiamo i giorni.
E le loro staccionate.
E si fa sempre più forte la sensazione di un gioco della figura con la mente.
L'occhio sente di essere osservato.
Vorrebbe nasconderlo alla mente.
Ed impudicamente si mostra, solo per fingersi sorpreso.
Perchè adora vibrare nello stupore.
E genuflettersi come una vittima innocente.
Ancora più ghiotto ed affamato di chi lo osserva.
Come se la curiosità fosse un riflesso che si rifrange.
Solo chi ha la propria vita, non si preoccupa di raccogliere l'immagine, le sue tracce, i suoi schizzi, le sue molliche, prima di andare via.
E non si volta.
Nessun tesoro da ostentare.
Solo un gioco.
Senza certezza.
Con la eleganza blasfema della malinconia.
Il tempo mi ha insegnato.
E prima che a me, a questo corpo.
Nulla accade senza lasciare un segno.
E quello aspetta solo che qualcuno lo ritrovi.
Lo sappia stanare.
Ne segua il percorso segreto.
Come se fosse proibito.
Ma non lo è.
Come una traccia su una mappa sperduta.
Forse una scheggia.
O un putrido mercimonio dell'anima.
mercoledì 30 novembre 2011
*
lunedì 31 ottobre 2011
*
Mi piace osservare che la pietra è donna.
E donna gravida e pregna di memoria.
Di tocchi, di calchi.
Di impronte.
Di sogni e di ideali.
Come dire di forza vera.
Il succo di esistenze che si uniscono senza sovrapporsi.
E' il tempo che offre all'uomo una possibilità.
In fondo abbiamo incominciato a pregare e sperare, senza che nessuno ce lo insegnasse.
E' così che ci siamo ritrovarti di fronte a Dio.
E neanche aveva un nome.
E ne aveva infiniti.
Allo stupore del nostro limite, che ci ha protesi verso l'ignoto.
E per caso, Dio si è nascosto dentro un tronco.
Affinchè fosse radice e ramo.
Frutto e linfa.
Ogni volte che scegliamo il bene, le sue radici vanno sempre più a fondo.
Niente è più mistico della semplicità della esistenza.
Tutto diventa possibile.
Quasi nascondersi stelle tra le dita, come promemoria.
Per non dimenticare.
E dall'imbuto sfugge sempre un frammento di vita, calda e furente.
Quasi inattesa.
O in attesa.
E' la vita la preghiera del mondo.
lunedì 24 ottobre 2011
Segreto dei segreti.
Siamo stanze di carne e ossa.
Roride ed umide.
Al confine con il respiro.
Sporcate dall'aria e dal tempo.
Strana la voglia di conservare quello, che di noi, può lasciare un segno. Mi sono dimenticata del limite. Di ogni bordo che contenga e mi piace farmi gocciolare la vita addosso. Fino al mento. Protendermi e strisciare. Ed ascoltare la terra. Sfiorarla ed affidarle fatti e pochi pensieri. E' un improvvido modo di clonarsi. Quello di farsi orma. Un solco o solo un riflesso. Di sporcare con impronte.
In quelle stanze c'è un silenzio irreale.
Ma bellissimo.
La solitudine dignitosa dei campi di grano, d'estate.
Davvero persi la dignità? O fu solo inseguire quel tocco? Il contorno di quello sguardo. Quel crederci incessante e tumultuoso. Io fui onda.
Mordevo gelsomini ed annusavo la notte. Avrei anche leccato stelle, solo per spegnerle. Per quello gli soffiavo contro, riempiendo il cielo di buchi. E poi tremare mentre ci infilavo le mani dentro. E dentro il mio corpo restava la mia vocina, a farsi compagnia. Mentre mi sbattevo il cuore, come una puttana. Non sanguinava mai, neanche quando godevo.
La stanza è nell'ombra.
Ma non chiamatelo anima.
All'improvviso ti ritrovi oltre.
Oltre quel muro, oltre l'odore del pane, oltre le dita nei capelli, la crema di mirtilli e l'odore della pioggia.
Oltre quel bisogno.
La comprensione è un'illusione.
Una specie di bisogno di assomigliarsi.
Ogni amplesso si finge unione ma è solo un urto.
Fino al limite.
La carne ci ha plasmati insieme alla distanza.
Ed ha imparato a strofinarsi senza penetrarsi mai.
E tenta di ricordarlo a noi.
Ad avvicinarsi senza mai mescolarsi.
Un incredulo gemito e l'odore del cuoio.
E ci vedi benissimo.
Sangue, ossa, carne, tendini.
E sai che non è vita, ma solo astensione.
Le attese indefinite sono solo una fine annunciata.
Un dilatarsi del nulla ed un suo pulsare.
I rami contro il soffitto lo distruggeranno.
E la stanza e l'albero si intreccieranno.
"E' così che è morto il gelsomino. Era finito il soffitto".
giovedì 11 agosto 2011
"daunfiore" d'agosto parallelo
Agosto era già la fine dell'estate, perchè dalle mie parti l'estate, a quei tempi, iniziava tanto prima. E l'emozione di togliersi le scarpe e le calze, quando non potevi, non ti era ancora permersa, era più emozionante del dito nella marmellata. Era impagabile, una delizia impagabile, affondare il piede, finalmente scalzato e libero, dentro la sabbia, e affondarci l'inverno e la primavera e la scuola e tutto quello che ad un bambino poteva sembrare un peso ed iniziare ad inseguire, a rotta di collo, la spensieratezza e la voglia di sbavagliarsi. C'era quasi l'imbarazzo, dell'aver superare il confine tra il dovere e la gioia. E tutto questo, pensieri inconsapevolmente compressi nella gioia, finivano in un bagno, e a resistere nell'acqua ancora freddina, o non ancora troppo calda. Con lo stupore di ritrovare tutto immutato. Come se le conchiglie ci avessero atteso. Agosto segnava la parte più seria delle vacanze. Qualche giorno di mare, con papà, e poi si partiva. Nel cuore della notte, per simulare una partenza intelligente. Valige e cuscino e gomitate con mio fratello e l'immancabile coda, direzione nord, nonchè la lite immancabile tra mia madre e mio padre che si scioglieva inevitabilmente in una resa, reciproca e desiderata, all'Autogrill prima dell'arrivo. E non era mai un arrivo definitivo. C'era la tappa dai nonni. Uno o l'altro. E a volte tutti e due. Perchè i miei nonni erano separati, quando anche solo immaginare questa cosa era difficile. Erano separati, di fatto, come mi ribadiva sempre con austera serietà, e forse dolore, mio padre. E io mi sforzavo di capire cosa potesse essere uniti di fatto, invece. Deve essere stato una specie di marchio di famiglia, perchè da allora in famiglia non ci siamo fatti mancare nulla nella poliformica anatomia della coppia, roba da manuale. Insomma agosto iniziava con questo bagno di famiglia ritrovata e poi il viaggio veniva battezzato dal tocco della gomma bislenca della macchina di mio padre, sul suolo romagnolo. In un paesino piccolo che, nei miei ricordi di bambina, era a forma di vacanza. Terme e libertà. Non si doveva dare la mano, perchè non passavano le macchine e si poteva anche andare in giro da soli. E spalmavo burro sulle fette con dovizia e precisione, come una artigiana della colazione dal morso esatto. Perchè alla fine neanche mi piacevano. Ma eroicamente portavo a termine la mia colazione, prima di affrontare la nostra passeggiata. Io, mio fratello, bambino a forma di ostacolo, e mio padre. Giornate di dolce far niente e di piccole deroghe. Mia madre ci raggiungeva dopo, perchè lei faceva le cure alle terme, noi vagavamo nel parco. Agosto era questo, la mia famiglia, sempre insieme. Quella camera di albergo, e spesso era sempre la stessa, perchè il Signor Peppino si assicurava che fosse così, e le tagliatelle nel piatto alla domenica, che la signora Gina faceva, proprio lei con sua suocera che l'aiutava. Albergo posta, si chiamava così. E la bicicletta, e le piante tra le dita, e il giocattolo della partenza. Finiva con adeguata e meravigliosa lentezza, il sole sulla pelle, quasi un triangolo sulle guance, e la voglia di tornare a casa mia. A casa nostra. Era un agosto senza mare, perchè noi eravamo gente di mare. (daunfiore)
(traduzione) Ti ricordi ancora com'era quando si è bambini... bellissimo. Il mondo è colorato e bello. Finchè prima o poi non capisci che ogni partenza è un addio, ma può essere anche un arrivederci, sempre avanti, passo dopo passo... Non si può tornare indietro. Quello che ora è non potrà mai essere disfatto. Il tempo fugge da noi, ciò che è fatto è fatto. Ciò che ora è non accadrà mai più nello stesso modo. Una parola detta con rabbia è una parola di troppo, un passo troppo lungo è un passo rischiato e già è passato. Ciò che ho fatto ormai è fatto, quello che ho detto è detto e ciò che sembrava eterno è già passato. Ah, se solo potessi girare indietro le lancette dell'orologio una sola volta, quanto avrei preferito non vivere quello che oggi sto vivendo.
La tua vita si gira intorno, così piena di tempo sprecato e i tuoi sogni continui sempre a rimandarli.
Vorrai vivere, prima o poi ma se non oggi, allora quando? Perchè prima o poi anche per un sogno è troppo tardi.
Uno stile inconfondibile che la distingue e la risalta nonostante i repentini, frequenti e continui cambi di domicilio virtuale:)
Come nella precedente conversazione in mio apporto è stato unicamente quello di proporre un brano per questo post di esordio di una nuova parallela (teti)