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domenica 30 dicembre 2012

l’asprezza dell’ethos

L'italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole. 
Attaccata con lo sputo: per una suola di scarpa non va bene, ma per il dialetto è una buona colla.   

probabilmente vale per qualsiasi dialetto o così potrebbe essere per i cuori di coloro che ne sanno parlare uno o ancora ne comprendono il significato.

chi ha smesso di usare il dialetto è uno che ha rinunciato a un grado di intimità col proprio mondo e ha stabilito distanze.

vero che vi sia nei dialetti una espressività che gli idiomi successivi sperdono, mutano, dimenticano e a volte travisano.

Il napoletano veniva dalla pressione della densità umana per metro quadro, era svelto di sillabe e di coltello, servile e guappo, feroce e sdolcinato di vezzeggiativi, era una lingua di consolazione, dava forza e figura a chi la sapeva usare. 
Era destrezza a usare meno sillabe, a ingiuriare più a fondo, a sfottere più scorticatamente. 
L’ho imparato a orecchio a forza di sconfitte sul campo della strada. 
Un dialetto s’impara per legittima difesa. 
Sta nella bocca come dentro un fodero di cuoio. 
In una vita puoi studiare dieci lingue ma non due dialetti.

E' così che ho pensato ai meridiani come contenitore di diversità in via di estinzione e approfittato dell'autore napoletano per spiegarne il motivo e le ragioni.



Gli voglio bene perché mette forza di raddoppio alla parola “ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che deve essere migliore del solito domani. 
Gli voglio bene perché al contrario dell’indicativo “abbiamo” toglie peso e presunzione al verbo avere, dicendo “avimm”.
Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. 
Gli voglio bene perché raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo. 
Mentre il presente è un frattempo che si riduce a “mo”, sillaba di momento. 
E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo, “i”, più corto del già svelto “ire” latino. 
Perché quando te ne devi andare, “te n’ia i”, subito.

Corsivi di Erri De Luca

martedì 3 gennaio 2012

I pesci non chiudono gli occhi – Erri De Luca

De Luca ricorda la sua età bambina. Dieci anni sono un confine a dieci anni, diventano un fagotto di memorie minuscole e tenerissime quando li ricordi a sessant'anni. C'è l'estate del mare di Napoli e una madre che sceglie di non approdare oltreoceano a seguire un padre perso di vista. Il guscio del corpo infantile non coincide con la persona che lo porta addosso. Va offerto ai pugni di un paio di bulli per farlo (tra)mutare e per ubbidienza. Il primo bacio di un “amore pulcino” serve a coronamento, non stona. De Luca scrive e mi incatena alle righe.

mia_euridice

lunedì 4 aprile 2011

2. In nome della madre - Erri De Luca

Miriàm vergine e madre. Per la prima volta è lei che racconta il mistero. Un vento angelico le regala un figlio. E' sposa promessa a Iosef, che secondo la legge, potrebbe assassinarla coprendola di pietre. Invece la accoglie incinta e la rende moglie. La perfidia passa attraverso parole di veleno. Miriàm le ignora e continua a raccontare il mondo al suo grembo che cresce. Il viaggio verso Bet Lèhem non la scoraggia. Le basta una lama affilata, le fatiche di un parto per concedere al mondo il suo Ieshu. Storia antica come la memoria, raccontata con voce nuova ed esemplare.

mia_euridice